ECONOMIA E CHIESA

«Ne quid nimis»: la Regula Bendicti è come una "ruota"!

di Sergio BINI (*)

Nell'estate del 2018 è pervenuto il gradito invito a predisporre una "riflessione introduttiva" sull'interessante opera «Ne quid nimis»[1] curata da esperti coordinati dall'autorevole monaco benedettino Dom Roberto Ferrari, della Curia Generalizia della Congregazione Sublacense Cassinese dell'Ordo Sancti Benedicti - OSB. Nella redazione dello scritto, si è voluta privilegiare la sintesi e, quindi, limitare la presentazione scrivendo "poche righe", soprattutto per essere in linea sia con il titolo prescelto: «ne quid nimis» (che costituisce un frammento del capitolo LXIV della Regula Benedicti, dedicato esplicitamente alla "elezione dell'Abate"), sia con la lezione impartita dal Patriarca Benedetto da Norcia, che ha insegnato ad agire «con saggezza e misura, imitando la discrezione (...) che è madre di virtù» [RB, LXIV].

L'interesse crescente che l'argomento riceve quotidianamente, ha suggerito di enucleare lo scritto e di rielaborarlo per poterlo diffondere, anche in maniera autonoma, al fine di rispondere alle numerose richieste che provengono da coloro che si avvicinano in maniera appassionata alla Regula Benedicti e che ne vogliono sviluppare lo studio e l'approfondimento (individualmente e/o collettivamente).

Una leadership umile che "ascolta" e

costruisce la comunità mediante l'organizzazione

Nell'edizione italiana della Regula Benedicti[2], «ne quid nimis» viene tradotto «perché il troppo guasta».

San Benedetto, cioè, suggerisce a chi occupa posizioni di responsabilità: di operare sempre con il "senso della misura"; di essere chiari ed essenziali; di porre in essere comportamenti esemplari coerenti e propri di un "buon padre di famiglia"; di personalizzare il rapporto con i componenti della comunità secondo le peculiarità di ciascuno «in modo che i forti abbiano di che desiderare e i deboli non si sgomentino» [RB, LXIV].

Nel capitolo successivo - dedicato a "il priore del monastero" - si sottolinea con decisione che «per la conservazione della pace e della carità, riteniamo opportuno che rimanga in potere dell'abate l'organizzazione del suo monastero. E se possibile, a tutti gli affari del monastero si provveda, come abbiamo stabilito sopra, per mezzo di decani e come l'abate avrà disposto, in modo che, ripartita la cosa tra diversi, uno solo non ne debba insuperbire». [RB, XLV][3]

Il fascino della lezione impartita da Benedetto risiede in quello che potremmo chiamare - con un lessico contemporaneo - nel paradigma "gestionale" della comunità monastica organizzata nel cenobio[4], sottilmente differenziata tra i "fratelli" (che oggi chiameremo le "risorse umane") e le "cose" (le risorse patrimoniali/infrastrutturali/economiche).

La gestione di queste ultime può essere delegata a dei collaboratori; mentre «L'abate (...) pensi sempre quale peso si è assunto, e a Chi renderà conto della sua amministrazione: sappia ancora che è là per giovare agli altri più che per comandare» [RB, LXIV].

La responsabilità è diretta e deve partire dall'ascolto e dalla comprensione delle esigenze dei singoli.

La stabilitas loci significa pensare in modo "sostenibile"

per le generazioni future.

Madre Cristiana Piccardo osb, soffermandosi sull'importante e complesso tema della "stabilità monastica"[5], ricorda che Dante Alighieri nella Divina Commedia, accompagnato da Beatrice, si incontra «nel Paradiso con san Benedetto. Siamo nel cielo di Saturno, il cielo dei contemplativi, dominato da una scala di luce che sale direttamente all'Empireo. Il riferimento alla scala e allo zelo buono è tipicamente benedettino e Dante lo usa per introdurci al dialogo con san Benedetto.

Benedetto appare a Dante come una sfera di luce, la più luminosa di tutte, e gli presenta i grandi santi che gli sono compagni nella gloria (...). Ma la cosa più interessante è ciò che il Padre del monachesimo occidentale dice dei suoi figli: "Qui son li frati miei che dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo" [6].

Qui stanno i miei fratelli che mantennero fermi i loro piedi ed il cuore saldo dentro il chiostro. Furono fermi e saldi nel chiostro e ora dominano la scala di luce che sale direttamente verso Cristo. Come se Benedetto volesse dire che la stabilità dei piedi e dei cuori porta direttamente al Paradiso. Interessante questa definizione della stabilità che si riferisce ai piedi come al cuore: non sono fermi i piedi se è mobile il cuore. L'unione dei due apre le porte del Paradiso.

Sono passati otto secoli, ma l'intuizione di Dante rimane come la più alta definizione della nostra esperienza monastica. Come sempre Benedetto è concreto: il desiderio del cuore dà la stabilità ai piedi (...)».

La stabilità assicura, quindi, una continuità di presenza nell'ambito territoriale, un coinvolgimento stabile dei componenti della comunità e realizza le condizioni per delle pianificazioni a lungo termine finalizzate al bene delle generazioni future.[7]

Grazie alla Regula Benedicti il monachesimo occidentale

genera una società operosa

In uno studio del secolo scorso, Nicola Taccone-Gallucci[8] evidenzia che: «in una "Weltanschauung" teocentrica, come quella cristiana, l'umiltà è una logica conseguenza della nuova visione del mondo, mentre nella concezione pagana e antropocentrica l'orgoglio si presenta come un necessario portato di una filosofia che limita tutto il reale alla terrena esistenza e considera, inoltre, la divinità stessa come immanente. (...) uno spirito di comprensione verso la personalità umana, alla quale si propone come ideale una perfezione religiosa basata non sul timore dell'oltretomba, ma sull'amore di Dio. (...)

Ma il monachesimo benedettino, come è noto, non ebbe soltanto un merito di indole religiosa, bensì anche culturale. Nella vita del chiostro, almeno in apparenza grigia ed incolore, dove la storia sembra scorrere con ritmo monotono scandito dalle ore di preghiera e di meditazione, la cultura dell'età di mezzo opera il ricollegamento con quella antica e prepara l'epoca moderna.

(...) Come ammette lo Schuster, uno dei caratteri più interessanti del monastero benedettino (...) appare quello di essere una cittadella fortificata, completamente autarchica dal punto di vista economico. Accanto al chiostro sorge poco a poco una specie di borgo formato da coloni e da gente che si raccoglie sotto la protezione della comunità religiosa.

(...) Dato lo spirito liberale dei monaci (...) e la loro indefessa opera di coltivazione del suolo, il monastero si pone, pertanto, come un centro propulsore di libertà e nel contempo di sviluppo economico.

Il triplice influsso (religioso, culturale e sociale-economico) del monachesimo occidentale, derivante dalla Regola di san Benedetto, dipende essenzialmente dalla natura caratteristica dell'ascetismo benedettino, un ascetismo che si allontana dal mondo, non per negarlo, ma per meglio affermarlo, sorreggendolo con la preghiera, con il lavoro, con la meditazione».

La Regula Benedicti come una "ruota".

Ma Ildegarda di Bingen è [1098-1179] nella sua Explanatio Regulae Benedicti illustra mirabilmente la logica della Regula Benedicti attraverso la metafora della "ruota": «[Benedetto] non fissò il saldo ed acuto perno della sua dottrina né troppo in alto né troppo in basso, bensì nel centro della ruota: sicché ciascuno o debole o forte che sia può attingere convenientemente a seconda della sua possibilità.

Questa ruota poi che si volge con movimento circolare è la potenza divina con cui Dio ha operato negli antichi santi a cominciare da Mosè, che diede al popolo la legge di Dio; e con la quale continuò ad operare anche in altri uomini di grande santità, i quali però avevano infisso il perno del loro operare a un altezza tale che la gente comune non lo poteva raggiungere (...)»[9].

Effettivamente la "ruota" rappresenta l'azione del miglioramento continuo della qualità delle persone, delle comunità e delle organizzazioni. Grazie alla sua solida immobilità, il centro della ruota consente di far avanzare il carro del progresso, trasformando un moto rotatorio in un moto traslatorio. Ma questo "cerchio" è molto simile al modello dello standard internazionale ISO della serie 9000 [relativo ai Sistemi di Gestione per la Qualità delle organizzazioni efficaci]; è una conferma, cioè, che una lettura laica della Regula Benedicti ci consente di definirla la "madre di tutti i sistemi di gestione delle organizzazioni" per la Qualità e l'Eccellenza; che sono prodromiche per poter realizzare realmente e concretamente la tanto inflazionata - a parole - ricerca della "Sostenibilità".


[1] Il libro «Ne Quid Nimis - Valutazioni e piani strategici nel management benedettino tra carisma, beni e povertà monastica» è stato curato da padre Roberto Ferrari OSB, Gianmarco Sainato e Antonio José Sorrentino. É stato pubblicato a settembre 2018 nella Collana di «ricerche sul Management Benedettino» della Casa Editrice Mamma Editore di Parma [www.mammaeditori.it].

[2] Gregorio Magno, Vita di San Benedetto e la Regola, Città Nuova Ed., Roma 1995 (VI edizione) [p. 226].

[3] «Ideoque nos praevidemus expedire propter pacis charitatisque custodiam, in Abbatis prendere arbitrio ordinationem Monasterii sui. Et si potest fieri, per Decanos ordinetur (ut antea disposuimus) omnis utilitas Monasterii, prout Abbas disposuerit: ut dum pluriuso committitur, unus non superbiat» [RB, LXV].

[4] "Cenobio" proviene dal latino tardo «Coenobium» che, a sua volta, deriva dal greco «koinoVbioV», vita in comune [è una parola composta da «koinoV» comune e «bioV» vita]. [dal Vocabolario on line Treccani]

[5] Cristiana Piccardo, La stabilità monastica, Edizioni Borla Roma, 2010 [pp. 17 e ss].

[6] Dante Alighieri, Paradiso, XXII, 40.

[7] Sergio Bini, La "stabilitas" benedettina per la "solidità totale", in NURSINI, n. 2/2018 [pp. 12-15]

[8] Nicola Taccone-Gallucci, La questione della Regola di San Benedetto, Gr.Ciccolella, Bari, 1965 [pp. 33 e ss]

[9] Ildegarda di Bingen, Il centro della ruota - spiegazione della Regola di San Benedetto, riedizione a cura di Angela Carlevaris osb, Associazione Culturale Mimesis, Milano, 1997.


(*) Sergio BINI insegna «Gestione delle risorse umane e del benessere organizzativo» presso il Corso di Laurea in Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali dell'Università degli Studi LUMSA di Roma.

È ingegnere, è stato per decenni dirigente d'azienda; e anche presidente di "Progetto Qualità 2000" srl e past president dell'Associazione Italiana Cultura per la Qualità centro-insulare AICQ-CI di Roma. È stato presidente (Priore) della Venerabile Arciconfraternita dei Santi Benedetto e Scolastica dei Nursini di Roma.

www.lumsa.it/sergio-bini/; s.bini@lumsa.it.